Disturbi d'ansia
L’ansia è un’emozione strettamente correlata a quella della paura poichè entrambe sono legate alla sensazione di pericolo o alla possibilità di subire un danno. Entrambe le emozioni sono coinvolte nel sistema della difesa, condividono modificazioni fisiologiche simili e si attivano di fronte ad una minaccia. In generale, la paura è vista come una reazione alla percezione della minaccia rappresentata da un pericolo specifico, immediato e osservabile che ha permesso agli animali e agli esseri umani di adattarsi ad ambienti ostili e sopravvivere attraverso le modificazioni fisiologiche che sostengono le reazioni di attacco o di fuga (senza la paura ed il sistema di difesa, i nostri antenati, di fronte ad un orso affamato non sarebbero scappati e non avrebbero costruito delle armi per difendersi). L’ansia, invece, è considerata un sentimento più diffuso, non focalizzato e orientato al futuro e sembra essere un’emozione tipicamente umana evolutasi a partire dall’emozione più arcaica della paura grazie alla progressione delle nostre capacità cognitive di immaginazione, anticipazione e progettazione. Infatti l’ansia essendo presente anche in assenza di reali pericoli imminenti si basa proprio sulla capacità di anticipare mentalmente le situazioni ed immaginarne i possibili esiti con lo scopo, più o meno raggiungibile, di prepararsi ad affrontare il pericolo qualora esso effettivamente si verifichi in futuro. Così come per la paura che, portata all’estremo può generare un timore eccessivo ed irrazionale per stimoli tutto sommato innocui, anche nel caso dell’ansia è possibile assistere ad un’attivazione eccessiva ed irrazionale.
I disturbi d’ansia più diffusi sono:
Attacchi di panico (Disturbo di Panico);
Attacchi di panico (disturbo di panico)
Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia ed è caratterizzato da attacchi di panico frequenti ed inaspettati. L’attacco di panico è un breve episodio di ansia intollerabile che dura nella maggior parte dei casi una decina di minuti. E’ caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura o terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente e ha spiccate manifestazioni neurovegetative. Il corpo presenta uno stato di attivazione fisiologica intensa e generalizzata. Possono esserci anche esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione.
L’attacco di panico arriva come un fulmine a ciel sereno, improvvisamente. Le persone non riescono a capire cosa stia succedendo loro e temono di poter perdere il controllo, svenire, impazzire, morire. Gli attacchi di panico hanno sempre un fattore scatenante, anche quando non si è in grado di riconoscerli come tali. Sono generati e mantenuti dalle interpretazioni catastrofiche che il paziente fa dei suoi sintomi fisici. Questo darà avvio a un vero e proprio circolo vizioso del panico. Nello specifico quindi si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura che proviamo sono così intense da provocare almeno quattro dei seguenti sintomi:
- Palpitazioni, percezione accentuata del proprio battito cardiaco o tachicardia;
- Sudorazione accentuata;
- Tremori o agitazione;
- Sensazione di mancanza d’aria o di soffocamento;
- Dolore o fastidio al petto;
- Nausea o disturbi addominali;
- Sensazione di sbandamento, di instabilità, sensazione di “testa leggera” o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata), confusione mentale;
- Brividi o vampate di calore;
- Sensazioni di intorpidimento o di formicolio;
- Sensazione di irrealtà (derealizzazione, es. sensazione che ciò che vediamo, o che comunque percepiamo, non sia reale) o sensazione di essere staccati da se stessi (depersonalizzazione);
- Paura di perdere il controllo o di impazzire;
- Paura di morire.
In genere, chi ha avuto esperienza di uno o più attacchi di panico tende di conseguenza a sviluppare la paura e la preoccupazione che l’attacco di panico possa verificarsi nuovamente e la preoccupazione rispetto alle conseguenze dell’attacco di panico stesso (es. paura che col verificarsi di una serie di attacchi di panico si possa impazzire, perdere il controllo, rischiare un attacco cardiaco, ecc.); di conseguenza si sviluppa la tendenza ad evitare tutte una serie di situazioni che vengono considerate dalla persona come “a rischio di attacco di panico” (es. evitare i luoghi in cui gli attacchi di panico si sono già verificati, evitare luoghi dove risulta difficile svincolarsi o uscire e poter tornare in posti familiari, mettere in atto comportamenti tesi a proteggersi da un eventuale attacco di panico, per esempio quando ci si trova fuori casa provare a parcheggiare molto vicino per poter raggiungere il proprio mezzo nel più breve tempo possibile nel caso in cui la persona dovesse stare male, o comunque prendere delle “misure di sicurezza” nel caso in cui si dovesse verificare l’attacco di panico). I comportamenti protettivi più diffusi risultano essere: portare con sé farmaci per l’ansia; muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche; allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia; tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza. La persona tende a evitare tutte le situazioni o luoghi che considera “ansiogeni”, in cui la persona valuta che sia difficile trovare una “via di fuga” o di ricevere aiuto in caso di un attacco di panico. Tali “evitamenti”, se estesi a diversi ambiti e situazioni della vita quotidiana, risultano molto invalidanti e costrittivi per la persona che li vive, tanto da compromettere la qualità della vita: spesso la paura che si sviluppa rispetto all’attacco di panico costringe molte persone, per esempio, a non guidare per paura che un attacco di panico si verifichi alla guida e quindi di perdere il controllo in tale situazione, la persona arriva a questo punto a compromettere la propria autonomia; o, ancora, molte persone che vivono in centri urbani molto grandi che arrivano ad evitare di utilizzare i mezzi pubblici per cui avranno problemi a spostarsi e raggiungere luoghi “importanti” come il posto di lavoro, la scuola o, ancora peggio, viene compromessa la vita sociale (si tende a rinunciare ad incontrare amici o in genere ad allontanarsi da casa, spesso la persona prova vergogna per le conseguenze che l’attacco di panico potrebbe avere o teme che le altre persone potrebbero accorgersene). Tra i comportamenti di evitamento più diffusi si riscontrano:non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo; non frequentare luoghi chiusi (es. cinema); non allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa); non compiere sforzi fisici. Gli attacchi di panico possono essere classificati anche sulla base delle condizioni in cui si verificano, cioè quelli dipendenti dalle situazioni e quelli che si producono spontaneamente; questi ultimi avvengono inaspettatamente, mentre quelli dipendenti dalle situazioni si verificano in corrispondenza di precise condizioni ambientali (es. stare in posti affollati, in ascensore, in metropolitana, in macchina, in luoghi da cui è difficile svincolarsi, ecc.), oppure di stimoli interni (es. sensazioni fisiche come l’accelerazione del battito cardiaco, la sensazione di nodo alla gola, valutare che si sta arrossendo in viso, ecc.) spesso interpretati come segnali anticipatori dell’ansia e/o dell’attacco di panico, o ancora la persona può iniziare a pensare che la causa sia dentro di sé e ad avere pensieri del tipo: “Sto per svenire!”, “Sto per avere un infarto!”, “Perderò il controllo di me!”, “Impazzirò!”, “Oddio, sto per morire!”. Queste interpretazioni ovviamente spaventano ancora di più la persona: chi non si impaurirebbe all’idea di avere un infarto? Nell’arco di pochi minuti, l’ansia raggiunge il picco più alto di intensità e inizia gradualmente a decrescere, fino a quando il soggetto sperimenta uno stato di sfinimento fisico e mentale. Gli attacchi di panico che si sperimentano solo venendo a contatto con oggetti o situazioni specifiche, invece, sono manifestazioni di altri disturbi d’ansia, in particolare della Fobia Sociale, della Fobia Specifica o del Disturbo Post-traumatico da Stress. Nella fobia sociale, gli attacchi di panico sono provocati da situazioni sociali, nelle quali il soggetto teme di essere umiliato, deriso, giudicato negativamente o di sentirsi imbarazzato.
Gli attacchi di panico che si manifestano, invece, quando si viene a contatto con oggetti o situazioni specifiche temute (es. toccare animali, prendere l’ascensore, attraversare ponti, vedere il sangue) sono manifestazioni della fobia specifica.
Nel disturbo post-traumatico da stress, infine, il panico può essere indotto da stimoli che riportano alla memoria l’evento traumatico all’origine del disturbo stesso.
Gli attacchi di panico possono anche essere una conseguenza fisiologica di determinate condizioni mediche (es. ipertiroidismo, disfunzioni vestibolari, disturbi convulsivi e condizioni cardiache) o dell’uso di alcune sostanze che quotidianamente consumiamo o sostanze stupefacenti (es. caffeina, bevande che contengono sostanze “attivanti”; cannabis, cocaina, abuso di alcool). Gli attacchi di panico che si sperimentano solo venendo a contatto con oggetti o situazioni specifiche, invece, sono manifestazioni di altri disturbi d’ansia, in particolare della Fobia Sociale, della Fobia Specifica o del Disturbo Post-traumatico da Stress. Nella fobia sociale, gli attacchi di panico sono provocati da situazioni sociali, nelle quali il soggetto teme di essere umiliato, deriso, giudicato negativamente o di sentirsi imbarazzato.
Gli attacchi di panico che si manifestano, invece, quando si viene a contatto con oggetti o situazioni specifiche temute (es. toccare animali, prendere l’ascensore, attraversare ponti, vedere il sangue) sono manifestazioni della fobia specifica.
Nel disturbo post-traumatico da stress, infine, il panico può essere indotto da stimoli che riportano alla memoria l’evento traumatico all’origine del disturbo stesso.
Gli attacchi di panico possono anche essere una conseguenza fisiologica di determinate condizioni mediche (es. ipertiroidismo, disfunzioni vestibolari, disturbi convulsivi e condizioni cardiache) o dell’uso di alcune sostanze che quotidianamente consumiamo o sostanze stupefacenti (es. caffeina, bevande che contengono sostanze “attivanti”; cannabis, cocaina, abuso di alcool).
L’età in cui tale disturbo si manifesta per la prima volta varia notevolmente da soggetto a soggetto, ma tipicamente si colloca tra la tarda adolescenza e i 35 anni. Secondo gli studi finora realizzati non è possibile risalire ad un’unica causa del disturbo, ma sono stati individuati una serie di fattori di rischio che concorrono all’insorgenza del disturbo di panico, che risultano essere: situazioni stressanti fisiche (es. malattie, mancanza di sonno, uso di sostanze stupefacenti) e psicologiche (es. stress lavorativo, problemi finanziari, cambi di ruolo, conflitti interpersonali, malattie di familiari, lutti, esperienze traumatiche); iperventilazione, che consiste in una respirazione più rapida e profonda rispetto al fabbisogno d’ossigeno dell’organismo in un determinato momento (in genere, la persona che ha la sensazione di soffocare tende a respirare con ritmo veloce, ingoiando più aria possibile, nell’idea altrimenti di soffocare); predisposizione genetica e familiarità, per cui i consanguinei di primo grado si trasmetterebbero la tendenza a rispondere con l’ansia a determinati stimoli; predisposizione biologica e psicologica, alcuni studi dimostrano che in alcune persone si manifesta un’attitudine psicologica ad interpretare come pericolosi per la propria integrità fisica e/o mentale alcuni segnali che provengono dal nostro corpo (come per es. l’accelerazione del battito cardiaco, vertigini, nausea, ecc.); caratteristiche di personalità, consistenti essenzialmente in una sensibilità agli stimoli ansiogeni, che si manifesta in particolare con uno stile di pensiero catastrofico.
ll Disturbo di Panico spesso risulta particolarmente invalidante in quanto ha ripercussioni sulla qualità di vita in generale o in alcune aree importanti della nostra vita, come in quella lavorativa (es. rinunciare ad un lavoro per le difficoltà di spostamento), familiare (es. tensioni interpersonali causate dalle frequenti richieste di essere accompagnati o per non riuscire ad adempiere ad alcuni compiti quotidiani) e sociale (es. riduzione delle relazioni a causa della difficoltà a frequentare luoghi pubblici).
I trattamenti per la cura del disturbo di panico attualmente ritenuti dalla comunità scientifica come più efficaci sono la psicoterapia e la terapia farmacologica se risulta necessaria. La terapia cognitiva per il disturbo di panico si basa sul presupposto che, durante un attacco di panico, la persona tende ad interpretare alcuni stimoli esterni (es. code nel traffico, luoghi chiusi, luoghi aperti) o interni (es. tachicardia, sensazione di svenimento, confusione mentale) come pericolosi, come il segnale di un’imminente catastrofe; tali interpretazioni, spaventando la persona, scatenano l’ansia, con i relativi sintomi mentali e fisici. Se i sintomi dell’ansia vengono poi, a loro volta, interpretati in modo catastrofico, ossia se si prospettano conseguenze disastrose, il livello d’ansia cresce ulteriormente, intrappolando il soggetto in un circolo vizioso che culmina in un attacco di panico. Da questo punto in poi la persona tenderà a mettere quindi in atto comportamenti di “evitamento” e comportamenti “protettivi” che rappresentano dei tentativi per gestire in qualche modo il disturbo stesso. Il trattamento cognitivo prevede sedute con frequenza di una volta a settimana ed è caratterizzato da diverse fasi di trattamento: formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare obiettivi terapeutici condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente); psicoeducazione al disturbo, che consiste nel fornire al paziente informazioni su come funziona il disturbo, in particolare sulle modalità di insorgenza e come si manifesta, quindi il mantenimento dello stesso, tecniche di gestione dell’ansia; ricostruire l’evento e la manifestazione iniziale e attuale del disturbo; insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia; individuazione delle interpretazioni erronee (es. pensieri catastrofici) che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni; esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati (le esposizioni prevedono inizialmente la presenza di un terapeuta se necessario, per poi far esporre gradualmente la persona anche da sola); prevenzione delle ricadute.
Disturbo d'ansia generalizzato
La caratteristica principale del disturbo d’ansia generalizzato è uno stato continuo e persistente di preoccupazione per diversi eventi, che risulta eccessivo in intensità, durata o frequenza rispetto alle reali circostanze. L’ansia viene definita “Generalizzata” poiché non è circoscritta a determinate situazioni, ma, al contrario, riguarda numerosi eventi soprattutto negli ambiti della famiglia, della salute, del denaro e del lavoro. Tale stato non essendo associato a specifiche circostanze, è difficile da controllare per chi lo sperimenta ed è presente nel soggetto per la maggior parte del tempo per almeno sei mesi.
Le preoccupazioni eccessive sono accompagnate da almeno tre dei seguenti sintomi:
- Restlessness (cioè sindrome della gambe senza riposo/ irrequietezza);
- facile faticabilità;
- difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria;
- irritabilità;
- tensione muscolare, muscoli tesi a volte doloranti;
- sonno disturbato (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, si sveglia poco riposato).
Coloro che sentono tensione muscolare possono sperimentare anche tremori, dolori o contratture muscolari. Molte persone che soffrono di questo disturbo presentano, inoltre, sintomi somatici come bocca asciutta, mani appiccicose, sudorazione, brividi dl freddo, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola. Le preoccupazioni del Disturbo d’Ansia Generalizzato hanno specifiche caratteristiche: per esempio sono numerose, si succedono rapidamente (al termine di una ce n’è subito un’altra), sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e ansia, riguardano eventi catastrofici futuri con una bassa probabilità reale che accadano, riducono la capacità di pensare lucidamente, sono molto difficili da controllare.Molte preoccupazioni riguardano eventi e situazioni di tutti i giorni, ad esempio la persona passa molto tempo a preoccuparsi di possibili disgrazie, fallimenti o giudizi negativi, possono riguardare i familiari, le relazioni sociali, il lavoro o lo studio, le malattie, i soldi e le finanze in generale. Le tematiche più comuni tra le persone affette dal disturbo risultano essere problemi che possono presentarsi nel futuro, perfezionismo e paura di insuccesso, paura di essere giudicato negativamente dagli altri. Per riassumere, quindi, le preoccupazioni caratteristiche del Disturbo d’Ansia Generalizzato riguardano per lo più eventi lontani nel tempo, molto improbabili che accadano realmente, inoltre l’ansia che si prova non è “utile” a mettere in atto comportamenti che effettivamente ridurrebbero il pericolo che si teme. Altri aspetti importanti e tipici di tale disturbo consistono da un lato, nel fatto che spesso le persone che ne soffrono sono preoccupate per il fatto di avere delle preoccupazioni, che si esplicitano in pensieri del tipo “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; …. Starò male o impazzirò se continuerò a preoccuparmi così”. Le preoccupazioni o l’ansia sulle proprie preoccupazioni danno quindi luogo ad un circolo vizioso che continua ad aggravare i sintomi e le difficoltà di vita quotidiane, andando ad incidere e influenzare inevitabilmente lo stato d’animo e l’umore della persona affetta da tale disturbo. Dall’altro, altre persone affette dal Disturbo d’Ansia Generalizzato credono che le preoccupazioni possano avere in qualche modo una funzione “protettrice” rispetto a ciò che temono, cioè tendono a credere che preoccuparsi serva a prevenire ciò che si teme, per esempio con frasi del tipo “… se mi preoccupo per il peggio, sarò più preparato ad affrontarlo…”, “… se smettessi di preoccuparmi e succedesse qualcosa di brutto, mi sentirei responsabile …”. Si attivano quindi catene di pensieri negativi dette rimuginazioni, che mantengono e incrementano lo stato iniziale.
La persona affetta dal disturbo tenterà quanto possibile di proteggersi dall’ansia e dalle preoccupazioni mettendo in atto una serie di comportamenti che, nel breve termine, effettivamente aiutano ad attenuare l’ansia, ma, nel lungo tempo, possono contribuire a mantenere e rafforzare le proprie paure. Esempi di tali comportamenti sono: cercare di rassicurarsi o chiedere agli altri di essere rassicurato che le cose andranno bene (es. telefonare spesso ad una persona cara per essere sicuri che non le sia successo niente, o andare dal medico per essere rassicurati dopo aver notato un sintomo o una sensazione fisica; tali rassicurazioni suscitano sollievo, ma dura poco in quanto l’ansia dopo un po’ ritorna e si fa sentire il bisogno di essere rassicurati sempre di più); essere perfezionisti, ad esempio continuare a controllare il lavoro fatto per assicurarsi che non abbia difetti; ciò vuol dire che se abbiamo obiettivi troppo elevati, si vive nell’ansia di non farcela e quando non li si raggiunge ci si demoralizza; evitare le situazioni che si ritiene generino ansia, per esempio evitare di ascoltare o vedere il telegiornale per non sapere di disgrazi o malattie, in quanto ciò potrebbe poi scatenare le preoccupazioni relative a disgrazie e malattie personali; rinviare, per esempio rimandare di iniziare un compito a causa dell’ansia legata al timore di un risultato temuto o comunque insoddisfacente; tentare attivamente di sopprimere le preoccupazione che paradossalmente le peggiora, proprio perché la persona concentra la propria attenzione su di esse. il Disturbo d’Ansia Generalizzato ha un andamento cronico, per cui le persone che ne soffrono tendono a considerare lo stato ansioso che solitamente sperimentano come una caratteristica della loro personalità, piuttosto che un disturbo vero e proprio.
Rispetto alle preoccupazioni normali, quelle che caratterizzano il disturbo d’ansia generalizzato risultano:
- più numerose, frequenti, durature, intense, invasive e pervasive;
- di rapida successione (ad una ne segue subito, o quasi, un’altra);
- accompagnate da emozioni di ansia intensa;
- relative ad eventi futuri improbabili;
- scollegate da fattori precipitanti;
- accompagnate da sintomi fisici;
- difficili da controllare e da rimandare ad altri momenti.
Nel trattamento cognitivo del disturbo d’ansia generalizzato viene utilizzato un protocollo che prevede l’impiego delle seguenti procedure: formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare, obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente); ricostruzione della storia del disturbo (primi episodi in cui si è manifestato e descrizione dettagliata della condizione attuale); formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di recenti episodi nei quali la persona si è sentita preoccupata e ansiosa; psicoeducazione, che consiste nel fornire al paziente informazioni relative al ruolo che hanno le credenze sulle preoccupazioni nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo; individuazione dei pensieri disfunzionali (es. giudizi sulle preoccupazioni) alla base del disturbo e messa indiscussione di tali valutazioni; apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia; esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati; prevenzione delle ricadute, che consiste nell’accettazione da parte del paziente della possibilità che i sintomi potrebbero ripresentarsi e nel rinnovato ricorso agli strumenti acquisiti in terapia per fronteggiare il momento di crisi.
Fobia sociale (Disturbo d'ansia sociale)
La fobia sociale o Disturbo d’Ansia Sociale è un disturbo d’ansia, in cui la paura caratteristica consiste nel credere di essere osservati e giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività in pubblico. Ciò che principalmente si teme è il giudizio negativo degli altri. In genere, le persone affette da questo disturbo temono, in situazioni sociali e comunque non familiari, di poter dire o fare cose imbarazzanti e di esser giudicati ansiosi, impacciati, stupidi, incompetenti, strani, goffi, deboli o “pazzi”.
Si possono distinguere alcune forme di ansia sociale in cui le paure riguardano una o alcune situazioni specifiche e forme nelle quali la varietà delle situazioni temute può essere molto ampia e comprendere la maggior parte degli ambiti interpersonali e sociali.
L’ ansia sociale specifica si riferisce a una o due situazioni isolate, in cui generalmente è prevista una performance o attività mentre si è osservati da altri. L’esempio più frequente riguarda la paura intensa di parlare o di esibirsi davanti un gruppo di persone, che si verifica già parecchio tempo prima dell’inizio della performance, non si riduce progressivamente mentre essa procede e spesso la compromette irrimediabilmente.Nel caso della ansia sociale generalizzata si può avere timore di incontrare persone conoscenti o estranee in qualsiasi contesto, formale o informale, soprattutto se si tratta di persone che hanno una posizione di autorità o persone del sesso opposto, ed in alcuni casi perfino amici o familiari. Una forma frequente nella pratica clinica è l’ ansia sociale nei confronti dell’altro sesso. In questi pazienti le reazioni ansiose si presentano in tutte quelle situazioni in cui si interagisce con il sesso opposto, soprattutto in quei casi in cui c’è un interesse di tipo sentimentale o sessuale, e solitamente si associa una compromissione rilevante sul piano delle relazioni sentimentali e della vita sessuale. In particolare, negli uomini l’ansia di prestazione può determinare impotenza con conseguente evitamento dei rapporti sessuali. Le principali manifestazioni neurovegetative nell’ ansia sociale sono: sudorazione, balbettio, palpitazioni, tremori, rossore, vampate di calore, tensione muscolare, sensazioni di nausea, vertigini. Il soggetto con ansia sociale è caratterizzato dall’essere molto critico verso se stesso e da uno schema centrale sul Sé come incompetente, maldestro, debole, ridicolo, noioso, non brillante, mentre l’Altro è visto come abile, superiore, competente, ma anche rifiutante, criticante, che disapprova e deride. Alla convinzione di non essere in grado di sostenere una situazione interpersonale, che qualsiasi cosa si faccia o si dica sia sbagliata, si aggiungono la sensazione marcata di essere osservati e di essere al centro dell’attenzione altrui, la cosiddetta “public self-consciousness” e la convinzione che gli altri, invece, non provino ansia sociale.I soggetti con ansia sociale, pur di sottrarsi all’esposizione di esperienze dolorose o potenzialmente tali, adottano condotte di rinvio (es. rimandare un esame, un appuntamento importante), di evitamento (es. non scrivere davanti ad altri, non mangiare in compagnia), di rinuncia (es. rifiutare un incarico, non tenere un discorso dinanzi una platea) e di ritiro sociale (es. non partecipare a feste o eventi mondani con molte persone).le emozioni problematiche maggiormente presenti nella fobia sociale sono l’ansia/paura, l’imbarazzo, la vergogna e il senso di umiliazione; quando la persona si trova in questo particolare stato d’animo e mentale è ancora più probabile che abbia immagini di disapprovazione, derisione, rifiuto o pena degli altri provando, a volte, un vero terrore. La paura di essere giudicati negativamente può essere, talvolta, così forte da essere accompagnata da evidenti sintomi d’ansia: palpitazioni, tremori alle mani o alle gambe, sudorazione, malessere gastrointestinale, diarrea, tensione muscolare, confusione. Nei casi più gravi il timore del giudizio negativo può provocare veri e propri attacchi di panico. Ai sintomi ansiosi spesso si associano anche le reazioni tipiche della vergogna: rossore in viso, postura dimessa, desiderio di sfuggire allo sguardo degli altri o di “sprofondare”. Le persone che non soffrono di Fobia Sociale in genere cominciano a preoccuparsi solo poco prima dell’inizio della situazione, di solito durante la situazione diventano meno timide e ansiose tanto che, le volte successive, tenderanno a preoccuparsene di meno. L’ansia quindi non è opprimente, sparisce rapidamente durante o subito dopo la fine della situazione e non porta la persona a evitarla le volte successive. Chi soffre di Fobia Sociale, invece, tende a preoccuparsi molto tempo prima dell’evento da affrontare; sta sempre peggio quando si trova nella situazione temuta; la volta successiva può essere ancora più preoccupato della precedente, per cui potrebbe mettere in atto comportamenti di evitamento e/o comportamenti protettivi. E’ un disturbo che causa una significativa compromissione della qualità di vita in generale, in particolare in una serie di importanti ambiti della vita come l’ambito lavorativo, scolastico, sociale ed affettivo. Le difficoltà scolastiche sono spesso causate dalla presenza d’ansia da prestazione. I problemi in ambito lavorativo, invece, sono più spesso causati dal timore di parlare in pubblico e dalla tendenza a evitare impegni in cui la persona potrebbe sentirsi valutata negativamente, come fare lavori a contatto con il pubblico. Nei casi più gravi queste difficoltà possono causare l’abbandono della scuola o del lavoro, o portare a uno stato di disoccupazione dovuto all’evitamento dei colloqui di lavoro. Dal punto di vista sociale e affettivo, i soggetti con questa diagnosi hanno meno probabilità di avere relazioni sociali e sentimentali rispetto alla popolazione generale. Nei casi più gravi la persona si può isolare completamente.Tali difficoltà possono concorrere, inoltre, allo sviluppo di sentimenti di frustrazione, tristezza e senso di insoddisfazione per sé e per la propria vita, o di un disturbo depressivo, oppure anche all’abuso di sostanze stupefacenti come tentativo di alleviare la sofferenza. Tale situazioni secondarie complicano ulteriormente il quadro descritto. La psicoterapia di questo disturbo prevede l’impiego delle seguenti procedure: formulazione di un contratto terapeutico, che contenga obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente); ricostruzione della storia del disturbo, partendo dal primo episodio in cui si è manifestato, fino alla dettagliata descrizione della manifestazione attuale; formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di episodi recenti durante i quali la persona ha provato ansia sociale; interventi di tipo psicoeducazionale, con cui vengono fornite informazioni sulla natura dell’ansia e della vergogna e sul loro ruolo nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo; individuazione dei pensieri disfunzionali alla base del disturbo e messa in discussione di tali interpretazioni mediante specifiche tecniche (es. esperimenti comportamentali, dialogo socratico); apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia (es. tecnica del respiro lento, rilassamento muscolare isometrico e progressivo, ecc.); esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati, mediante il ricorso a specifiche tecniche (es. esposizione immaginativa, enterocettiva ed in vivo);in fase di conclusione del trattamento, interventi di prevenzione delle ricadute.
Fobie specifiche
La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti. Esistono le fobie generalizzate (agorafobia e fobia sociale), fortemente invalidanti, e le comuni fobie specifiche che vengono definite in base all’oggetto fobico e sono generalmente ben gestite dai soggetti evitando gli stimoli temuti. Occorre però ricordare che differiscono tra di loro anche per l’età di esordio, il genere e la comorbidità con altre psicologici. Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità della propria paura, ma non possono controllarla. metropolitana).
L’ansia da fobia, o “fobica”, si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Con la paura si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire! Scappare, d’altra parte, è una strategia di emergenza. La tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti della fobia, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo (in termini tecnici si dice che ogni evitamento rinforza negativamente la paura). Tale spirale di progressivi evitamenti produce l’incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire significativamente con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali. Il disagio diviene così sempre più limitante. Chi ha la fobia dell’aereo può trovarsi, ad esempio, a rinunciare a molte trasferte, e la cosa diventa imbarazzante se è necessario spostarsi per lavoro. Chi ha paura degli aghi e delle siringhe può rinunciare a controlli medici necessari o privarsi dell’esperienza di una gravidanza e così via. I fattori che favoriscono l’esordio possono essere:
- eventi traumatici (es. essere stato attaccato da un animale)
- un attacco di panico inaspettato in una situazione sgradevole
- vedere altri sottoposti a trauma o mostrare paura (es. vedere altri impauriti da certi animali)
- la trasmissione di informazioni (es. ripetuti avvertimenti da parte dei genitori di quanto possa essere pericolosa la vicinanza con certi animali)
I vari tipi di fobia specifica vengono definiti in base all’oggetto fobico anche se possono differire tra di loro tra di loro anche per l’età di esordio, il genere e la comorbidità con altre psicopatologie. Ci sono fobie specifiche per:
- animali (zoofobia): è un tipo di fobia specifica con esordio nell’infanzia ed è maggiormente presente nella popolazione femminile (75%-90%). La particolarità di questa fobia specifica è che affonda le sue radici nelle fasi primordiali dell’evoluzione della specie umana: è infatti grazie alla paura di animali pericolosi che l’uomo ha attuato strategie comportamentali di evitamento e fuga che ci hanno permesso di arrivare ai giorni nostri. Ecco gli esempi più comuni di fobia specifica per gli animali:
- ragni (aracnofobia)
- insetti (entomofobia)
- serpenti (ofidiofobia)
- uccelli (ornitofobia)
- roditori (musofobia)
- cani (cinofobia)
- gatti (ailurofobia)
- pesci (ittiofobia)
- ambiente naturale: anche questa fobia specifica trova il suo esordio nell’infanzia mentre per quanto riguarda la prevalenza si evince in generale una prevalenza soprattutto nelle donne anche se le statistiche mostrano che sono gli uomini a soffrire maggiormente di fobia specifica legata alle altezze. Ecco alcuni esempi:
- altezze (acrofobia)
- acqua (idrofobia)
- temporali (ceraunofobia)
- sangue, infezioni, ferite: questa fobia specifica è caratterizzata da un’alta familiarità. Tipicamente questa fobia specifica porta a una risposta lipotimica vasovagale (il 75% dei soggetti riporta almeno un episodio di svenimento). La paura che sta alla base di questa fobia specifica è quella di poter stare male: quest’ultimo aspetto è comunque da ritenersi, sempre secondo una visione evoluzionistica, una paura adattiva. Eccone alcuni esempi:
- vedere il sangue (emofobia)
- ricevere una puntura (aichmofobia)
- sottoporsi a procedure mediche invasive
- assistere a un intervento chirurgico
- ambienti e situazioni: l’insorgere di questa fobia specifica è caratterizzato da due picchi, uno nell’infanzia e uno intorno ai 25 anni e colpisce maggiormente le donne. Eccone alcuni esempi:
- spazi chiusi (claustrofobia)
- volare
- guidare (amaxofobia)
- ascensori
- ponti
- altro tipo: queste fobie specifiche sono maggiormente presenti nell’infanzia. Eccone alcuni esempi:
- soffocare (anginofobia)
- pagliacci e maschere (coulrofobia)
- bambole (pediofobia)
- rumori forti (liguirofobia)
- nuove fobie specifiche: come molti altri aspetti della psicopatologia, le fobie specifiche sono soggette ai cambiamenti sociali e culturali: l’elenco delle fobie specifiche è quindi in costante aggiornamento. Tra le nuove fobie specifiche che sono state individuate e annoverate nel DSM-5, ricordiamo l’emetofobia (paura di vomitare) e la nomofobia (paura di rimanere senza cellulare; dall’inglese NO MObile PHOBIA).
Il trattamento delle fobie è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitiva di breve durata incentrata sull’utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto o situazione centrale (es. l’immagine di una siringa nuova per un fobico degli aghi o una scatoletta di mangime per un fobico dei cani). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l’abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all’esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente concordata in seduta a priori. In questo modo, nell’arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato “neutro”. Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una fobia poiché implica affrontare vis a vis l’oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata con l’aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nel 90-95% dei casi nella cura della fobia. In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e si invita il paziente ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in modo che l’organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.
Ipocondria (Disturbo di ansia per le malattie)
L’Ipocondria (o Disturbo d’Ansia per le malattie) è un disturbo caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione legata alla paura di poter contrarre una malattia o alla convinzione di soffrire di una grave malattia, basata sull’interpretazione erronea di segni e sintomi fisici, nonostante un’obiettiva valutazione medica non identifichi motivazioni sufficienti che giustifichino tali timori o convinzioni. In genere le rassicurazioni mediche hanno l’effetto immediato di ridurre il disagio e le preoccupazioni, ma solo in modo transitorio e per poche ore o giorni.
Ai fini di una corretta diagnosi di Ipocondria, è ovviamente opportuno aver effettuato una valutazione medica completa che deve aver escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare le preoccupazioni che la persona lamenta.
I sintomi principali dell’ipocondria, secondo la nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico (DSM 5, 2013), possono essere riassunti nei seguenti punti:
- Eccessiva paura di contrarre o convinzione di avere una grave malattia;
- In genere i sintomi fisici lamentati non sono presenti o, se presenti, sono di lieve entità e non giustificano l’eccessiva preoccupazione; se effettivamente è presente il rischio di sviluppare una malattia, la preoccupazione risulta comunque chiaramente eccessiva o sproporzionata;
- È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e una tendenza ad allarmarsi facilmente per il proprio stato di salute;
- La persona mette in atto comportamenti eccessivi riguardanti la salute (per esempio, attua ripetuti controlli sul proprio corpo cercando segni di malattia, ecc.) oppure presenta comportamenti di evitamento che risultano disadattivi per la vita della persona (per esempio, evitare gli appuntamenti dal medico, ecc.);
- Per definire tale condizione come Ipocondria è necessario che la preoccupazione per la malattia sia presente da almeno 6 mesi (nell’arco di questo periodo però è possibile che la persona cambi la specifica patologia temuta).
Secondo diversi studi scientifici si rileva che, in genere, il disturbo inizia a manifestarsi in conseguenza a un evento critico che riguarda il tema della salute (morte di un parente, esposizione a informazioni relative a patologie mediche, insorgenza di sintomi somatici non previsti, rilevazione di segni prima ignorati, ecc.) in cui la persona ha sperimentato paura, iniziando a sviluppare pensieri o convinzioni erronei relativi al tema del benessere. Per esempio, la perdita di un proprio caro a causa di un tumore può sensibilizzare il soggetto a sviluppare pensieri e convinzioni catastrofiche sulla salute; in genere, una volta attivati tali pensieri e preoccupazioni, la persona tenderà a interpretare male segni fisici prima ignorati, ritenendoli indici di gravi patologie fisiche. Inoltre, è molto frequente che la persona presenti pensieri sotto forma di vivide immagini negative di parti del corpo o di organi che non funzionano o che funzionano in modo inadeguato.Nel momento in cui la persona sviluppa una paura o una convinzione rispetto a una specifica malattia o a varie, tenderà a concentrare e dirigere la sua attenzione verso diversi aspetti del corpo che vengono considerati come indicatori o sintomi della grave malattia. Per esempio, alcune persone prestano maggiore attenzione ai processi fisici endogeni (del tutto fisiologici) come il ritmo cardiaco, l’attività gastro-intestinale, la deglutizione, la respirazione, ecc. Altre persone concentrano l’attenzione su aspetti esteriori del corpo come l’asimmetria del corpo stesso, irregolarità e macchie della pelle, ecc. Possono essere presenti anche preoccupazioni relative a caratteristiche delle secrezioni del corpo, come il colore della saliva, delle feci e dell’urina o, ancora, controllare la presenza di sangue in queste ultime. È frequente che le rimuginazioni sul proprio stato di salute siano ritenute dalla persona affetta dal disturbo quasi come una forma di prevenzione alle malattie perchè tende a pensare che rimuginare ed essere preoccupati è utile per individuare precocemente i segni di malattiaA proposito di rassicurazioni mediche, è da tenere presente, inoltre, che esistono due tipologie di pazienti ipocondriaci: la persona che richiede frequentemente di essere visitata dai medici per essere rassicurata e quella, invece, che assume un atteggiamento opposto, con condotte di evitamento rispetto alle varie forme di assistenza mediche (essere a contatto con medici, visite mediche). Spesso succede che la persona che arriva a richiedere numerose visite mediche, alla lunga non viene presa molto sul serio e questo genera nella persona l’idea di essere trascurata e di correre maggiormente il rischio di un mancato riconoscimento della malattia temuta. A proposito di rassicurazioni mediche, è da tenere presente, inoltre, che esistono due tipologie di pazienti ipocondriaci: la persona che richiede frequentemente di essere visitata dai medici per essere rassicurata e quella, invece, che assume un atteggiamento opposto, con condotte di evitamento rispetto alle varie forme di assistenza mediche (essere a contatto con medici, visite mediche). Spesso succede che la persona che arriva a richiedere numerose visite mediche, alla lunga non viene presa molto sul serio e questo genera nella persona l’idea di essere trascurata e di correre maggiormente il rischio di un mancato riconoscimento della malattia temuta. L’ipocondria deve essere distinta da un Disturbo di Panico: anche nell’ipocondria possono manifestarsi attacchi di panico tuttavia questi avvengono in situazioni connesse a temi di salute, mentre nel Disturbo di Panico gli attacchi possono avvenire in vari contesti e, spesso, sono inaspettati.
Le conseguenze di questa condizione sono diverse: la persona che ne soffre tenderà a sviluppare o a rinforzare l’idea di sé come una persona debole, fragile, attaccabile facilmente dalle malattie; inoltre, la debolezza è relativa sia al piano fisico (stancabilità, facilità ad ammalarsi, ecc.) che a quello psicologico intesa come ipersensibilità a provare emozioni esagerate che, nel lungo tempo, possono comunque danneggiare la persona, al timore di non gestirle e quindi di esserne sopraffatto. Tale condizione ha inevitabilmente effetti sulle persone vicine al paziente che, nel lungo tempo, manifestano sentimenti di stanchezza, stress rispetto alle esagerate preoccupazioni e alla costante ricerca di rassicurazioni.
Il trattamento cognitivo si focalizza principalmente sull’individuazione e interruzione dei circoli viziosi tipici dell’ipocondria. La persona, infatti, per gestire l’ansia mette in atto una serie di comportamenti (protettivi, di evitamento) che diventano dei fattori di mantenimento del disturbo stesso; per esempio i controlli che la persona attua sul corpo mantengono l’attenzione sul tema delle malattie, vengono interpretati come segni di gravi malattie, il fatto di controllarsi continuamente genera irritazioni cutanee che, a loro volta, diventeranno ulteriori segni che vengono letti come conferma della presenza di una malattia grave.
Il trattamento consiste di vari livelli di intervento: nelle prime fasi del trattamento è previsto un intervento psicoeducativo che spieghi alla persona il disturbo; interventi mirati ad offrire una spiegazione alternativa e più oggettiva del problema, introduzione del modello cognitivo del disturbo, con l’obiettivo di iniziare a considerare anche altre ipotesi prima di quella catastrofica (di avere una malattia). Vengono utilizzate diverse tecniche per mettere in discussione le convinzioni del paziente, attraverso verifiche dirette delle credenze ed esperimenti comportamentali.
